Ersilia Sarrecchia artista pontina espone a Modena

Pubblicato il: 27-10-16

Quando nel 1984 viene pubblicato per la prima volta in Francia il capolavoro di Milan Kundera, il mondo è a una svolta. Non si tratta solo di una svolta politica (in un presente che nel giro di una manciata di anni vedrà la caduta del muro e il rapido stravolgimento degli equilibri europei, Kundera racconta un passato politicamente fondamentale, tra la “primavera” di Praga e l’invasione sovietica): si tratta, molto più profondamente, di una svolta sociologica. Una svolta di senso e di valori. Si viaggia a velocità impressionante verso una fluidificazione della società che renderà il futuro (quello che per noi è l’oggi) sempre più scivoloso e pericolante. Non è un caso se proprio nel 1984 vede la luce il Macintosh 128K, il primo personal computer progettato da Steve Jobs a godere di un successo planetario. E non è un caso – ne sono certa – se il titolo scelto da George Orwell (nel 1949) per il più profetico dei suoi testi sia proprio 1984.
L’insostenibile leggerezza dell’essere fa il punto su un mondo che va mutando. E lo fa nella maniera più intima e coinvolgente: quella di raccontare la storia di due coppie, della relazione, del sesso, del bisogno, dell’egoismo, delle scelte individuali, dell’ansia dell’abbandono e della fame compulsiva d’amore. Storie che si svolgono “dentro”. Perché è sempre da dentro che parte tutto, anche le rivoluzioni epocali che cambiano la storia. La “leggerezza” della vita, qui, è evanescenza, e il paradosso – per i protagonisti irrisolvibile e dunque insostenibile – è quello del bisogno di trovarvi un senso. Proprio in questo ossimoro, in questa dicotomia, in questa impossibilità di conciliazione, in questa continua oscillazione tra destino e caso, tra necessità di credere a un destino e bisogno di affidarsi al caso, tra responsabilità del libero arbitrio e potere dei propri istinti, si snoda una delle trame più complesse del Novecento, così ben espressa da Kundera nella citazione in cui si rifà al concetto dell’ “eterno ritorno” di Nietzsche.
E proprio sulla stessa dicotomia si gioca questa mostra, dove le voci dei tre artisti si fondono in un’armonia d’intenti, pur nella loro distinguibilissima e personalissima unicità.
Massimo Lagrotteria, intanto, è un fuoriclasse della pittura. E in un momento in cui si discute spesso su che cosa sia arte – in bilico tra vaghe nostalgie e ruggiti concettuali – la presenza della vera pittura rappresenta sempre un punto fermo. E’ una pittura di mano e di lavoro, la sua, di materiali sperimentati e stratificati a significare (realmente e anche metaforicamente) una profonda stratificazione di sensi e di letture. E’ olio e bitume, è pennellata grassa, densa, graffiata sulla tela. Il lavoro di Lagrotteria è già un ossimoro di per sé. Perché si tratta di una pittura meditata, costruita in tempi, in pause, stratificata anche nel fare, eppure il momento del gesto – quello del dialogo intimo tra l’artista e l’opera – è un momento di immediatezza e di istinto. Il pennello aggredisce la tela, la spatola completa e corregge. Gesti larghi, grandi, potenti. Leggeri e tuttavia pesantissimi fino all’insostenibile. Danza e fatica. E così – leggeri, evanescenti, potentissimi – sono i soggetti. Quella carne così pesante e viva, quegli abbracci carnali, quelle veneri così impudicamente vere e solide sul cui corpo si può ancora leggere la pennellata, il colpo, la mano dell’artista, si rivelano però capaci di una leggerezza inedita nel loro emergere lento dai fondi densi, neri di bitume, come se tutta quella carme calda fosse in realtà sostanziata della sola luce che irradia.
E che dire dei personaggi raccontati da Andrea Saltini?l Di quella pennellata leggera, a colpi secchi e sottili, con cui costruisce adolescenze fragili, eteree, affidate a un bianco e nero che ne fa quasi apparizioni; e poi di quel vorticare di colore sullo sfondo, come un respiro trattenuto e poi subito lasciato: un sollievo. Colore – qui – pieno, largo, rutilante, vorticoso, qualche volta piegato alla figurazione in ricchi sfondi floreali, altre volte selvaggio e astratto. La leggerezza si fa faticosa anche qui, pensosa, come gravata da una preoccupazione. Perché se di giovinezza e di adolescenza si sta parlando, non è mai guardata attraverso la lente del ricordo o peggio della nostalgia. Saltini fa il miracolo di ritrovare il senso stesso dell’adolescenza nella sua interezza, qui e ora. E – diciamolo – di quella leggerezza che chi ne è uscito vuole caparbiamente rintracciare, nell’adolescenza reale non c’è traccia. E’ oscura, l’adolescenza, spaventata, incerta, maldestra, goffa, entusiasta e disperata, sempre a un passo dal conquistare il mondo e da farcisi annientare, fragile, in bilico. E di questo senso di inadeguatezza l’artista fa un ritratto preciso, duro e delicatissimo, sostanziato in lavori che se al primo sguardo sembrano rasserenarci, già al secondo ci intrappolano per sempre nel dubbio.
Infine ecco Ersilia Sarrecchia, che parla di leggerezza insostenibile parlando di donne. Anzi, facendo parlare le donne e il loro sguardo. Con un segno preciso e finissimo, l’artista racconta le emozioni affidandole alla sola espressione degli occhi e affiancandole alla figura simbolica della farfalla, animale leggero per antonomasia, ma al contempo essere dal karma pesante, portatore di una trasformazione che è morte e rinascita, passaggio, rito di iniziazione, percorso faticoso verso la completezza. E la bellezza. Non c’è nulla di leggero nelle frasi che queste donne (quelle ritratte dall’artista) scrivono di loro pugno in calce al ritratto in un progetto intensissimo come Essere donna, progetto dalla cui costola sono nati i lavori in mostra qui. Non c’è nulla di leggero perché si parla di maternità, di corpo, di carne e di sangue. Ma del resto – al di là degli odiosi stereotipi di genere – l’ho detto e continuerò a dirlo: nessuno sa parlare di sé come sanno farlo le donne. Nessuno sa raccontare il “dentro” per metafore come sanno farlo le artiste donne, e non importa se sia un retaggio sociologico o una disposizione del DNA. La donna vive molto più dentro che fuori. Un dentro potente, quello raccontato dall’artista, reso con la levità del segno subito contraddetta però dal colore che appare improvviso, quasi disturbante, inaspettato ma mai incongruente. Denso a tratti, altrove trasparente, imprescindibilmente sostanziale all’emozione oltre che all’equilibrio compositivo.
Il racconto dell’anima e del suo impervio cammino tra pesantezza del vivere e leggerezza dell’essere diventa qui gioco di sguardi tra il soggetto e lo spettatore, incanto e dialogo muto. E gli artisti, complici, fanno un passo indietro. Leggeri. E tuttavia potentemente presenti.

C.S.